Nuovi nazionalismi, vecchie trasformazioni

marsigliese

Il principio di Lavoisier afferma che in natura “Nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”. Al di là della sua applicabilità nel campo della fisica, potremmo tranquillamente dimostrare che questa legge si può facilmente applicare anche a tutto ciò che l’uomo ha creato, o meglio “trasformato”, nel corso del tempo da un punto di vista storico.

Osservando e ascoltando le voci della nostra quotidianità, possiamo individuare molte parole chiave che raccontano la nostra società, tra queste indubbiamente quella di “nazionalismo” e, nella sua più recente trasformazione, “sovranismo”.

Una parte dei media e del mondo politico rincorre questi temi, etichettandoli senza mezzi termini come un rigurgito del passato, come una nostalgia stantia di un modello politico ormai superato. Il riferimento è costantemente rivolto ai decenni di fine ‘800 e di inizio ‘900, quando l’interno mondo sembrava fare a gara su quale fosse la nazione politicamente ed economicamente più forte, in grado di primeggiare su tutte le altre. “Cosa ha prodotto questa rincorsa”, affermano i critici “se non guerre e stermini di massa?”.

L’opinione ormai comune vuole che, se dalla fine della Seconda guerra mondiale ad oggi l’Europa non ha più visto nazioni in guerra tra di loro, gran parte del merito va attribuita alla volontà collettiva di superare i “recinti del nazionalismo” per creare nuove istituzioni sovranazionali, garanti della pace e della stabilità tra i vari popoli.

Un orecchio superficiale potrebbe accettare sufficientemente questa interpretazione sommaria degli eventi e accettare, perciò, l’idea secondo cui i nazionalismi che avanzano non avranno vita lunga, perché appartengono ad un passato scomparso.

1. Una moda del momento?

Come per tutti i fenomeni storici, comprendere il nazionalismo non è affatto semplice, non lo si può etichettare e racchiudere in un preciso schema di idee, omogeneo e uniforme: è il frutto di un accavallarsi di varie istanze sociali, culturali, politiche ed istituzionali che ha le sue radici sul finire del XVIII secolo. A differenza di altre correnti ideologiche, come per esempio il socialismo, esso richiama l’uomo nella sua totalità, piuttosto che nella sua specificità legata alle condizioni materiali, al lavoro e all’economia. Questo lo rende simile ad un animale a due teste, spesso contraddittorio, al punto che nel corso della storia abbiamo assistito a “nazionalismi di destra” e a “nazionalismi di sinistra”. Come è stato possibile?nazionalismo

Lo storico Rémond,  nella sua Introduzione alla storia contemporanea, relativamente al secolo che va dal 1815 al 1914, sosteneva che il movimento delle nazionalità fosse frutto dell’azione convergente di due fonti diverse, la prima che si richiamava al “tradizionalismo” l’altra alla Rivoluzione francese. In entrambi i casi il prodotto è stato, ovunque, la guerra.

In questo meccanismo a doppio ingranaggio le leve vengono azionate sempre dalla medesima classe sociale: la borghesia. Rappresentanza principale di quello che era chiamato Terzo stato, era molto più variegata al suo interno di quanto non lo sia oggi giorno, e nella sua stratificazione interna riusciva ad essere portatrice di istanze spesso contrastanti tra di loro. Se da un lato c’era la volontà di gestire l’economia e il potere in maniera diretta, scalzando il vecchio ceto aristocratico, dall’altro c’era l’esigenza di autorappresentarsi come classe sociale compatta, caratterizzata da una serie di valori e virtù universali, che la rendevano una vera e propria élite, quasi aristocratica.

2. Tradizionalismo, ovvero il nazionalismo di destra

Questa corrente è strettamente legata alla riscoperta del passato, soprattutto grazie all’influenza del Romanticismo: attraverso il passato e il culto delle tradizioni si definisce la lingua e la religione di un popolo lungo la sua storia. Molto spesso questo passato è anteriore di molti secoli alla società di antico regime, fino a cadere nel Medioevo. In questa ottica tutta romantica si inseriscono le opere di Alessandro Manzoni e di Walter Scott, ricche di richiami al nord Italia longobardo e alla Britannia anglosassone. Saranno proprio gli intellettuali borghesi a farsi carico di modellare le storie nazionali dei loro popoli attraverso uno schema narrativo piuttosto uniforme:

  1. un atto di violenza perpetrato contro un popolo nativo di una terra (i longobardi nell’Adelchi di Manzoni, gli anglosassoni nell’Ivanhoe di Scott);
  2. la lotta del popolo oppresso contro gli oppressori stranieri (carolingi in Manzoni, normanni in Scott) nel tentativo di riconquistare le perdute libertà.

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I soggetti collettivi che definiscono le appartenenze comunitarie sono definiti in modo esplicito come “razze”, distinte da un sangue diverso e da diverse linee di discendenza. In queste opere si può rintracciare il seme che è alla base di una idea 

conservatrice, di destra, dell’idea di nazione, per cui il nemico è sempre all’esterno, è il diverso, lo straniero, che viene nei nostri confini a minacciare l’unità e l’uniformità di un popolo.

Questa corrente di nazionalismo sembra essere ormai la più diffusa in molti paesi d’Europa, da quelli guidati da formazioni politiche dichiaratamente di estrema destra a quelli più “moderatamente estremisti”.

L’esaltazione delle tradizioni storiche richiama un passato aristocratico, feudale e religioso, perciò si appoggia alle forze sociali tradizionali. Nel corso del XIX secolo questo filone nazionalistico si è spesso accompagnato alla conservazione o alla restaurazione di un ordine sociale

e politico di antico regime, nel quale il potere doveva essere il più possibile nelle mani di un’unica persona, o al massimo di un’élite. Fortemente contraria al centralismo amministrativo e contro l’opera del dispotismo illuminato, militava a favore del regionalismo, delle antiche costumanze e delle tradizioni storiche.

Lo storico Rémond ha sottolineato come questo tradizionalismo di destra sia stato al centro del risveglio nazionale di molti paesi dell’est. A noi italiani, invece, sembra tracciare alla perfezione l’immaginario culturale nel quale si riflette la propaganda e il consenso della Lega, che sotto la guida di Salvini sta ottenendo molte simpatie proprio in quell’Europa dell’est.

3. La Rivoluzione francese: nazionalismo di sinistra?

Oltre al tradizionalismo, l’altra corrente che ha mosso gli ingranaggi del risveglio nazionale sul finire del XVIII secolo è stata la Rivoluzione che più di tutte ha contribuito a cambiare le istituzioni, la mentalità e la politica europea. Si può dire che essa abbia suscitato il nazionalismo moderno in almeno tre modi.

In primo luogo attraverso le sue idee. Liberté, egalité e fraternité sono i principi sui quali si è fatto leva per spodestare il vecchio ceto politico, aristocratico, e sostituirlo con uno nuovo, la borghesia, che, trasferendo la sovranità dal singolo alla collettività, aveva distrutto l’idea di una società per ceti di privilegiati con quella di una società per classi economicamente differenziate in base al lavoro e alla proprietà. Il diritto dei popoli a disporre di se stessi è un’idea che affascinerà ben presto l’intero continente, affermando che nessun popolo avrà più il dovere di obbedire ad un’autorità per sempre, che ognuno potrà sciogliersi da questo vincolo e dare origine a istituzioni libere e indipendenti.

In secondo luogo, la Rivoluzione francese ha esercitato la sua influenza per mezzo dell’esempio: è stata la Francia che si è mossa con decisione contro i monarchi europei, mostrando quello che può fare il patriottismo della “grande nazione”. La Marsigliese è diventata il canto dei patrioti di tutta Europa, i giacobini hanno creato repubbliche filo francesi ovunque, attraverso l’utilizzo della forza militare, che ha scacciato lo straniero in lungo e in largo, dall’Italia del nord fino alla Polonia. La “francesizzazione” della rivoluzione, però, avrà i suoi effetti collaterali.

Infatti, in terzo luogo, sono gli stessi principi rivoluzionari che risveglieranno il sentimento nazionale in un’Europa in cui il francese viene visto come uno straniero invasore. I liberatori di ieri sono diventati i tiranni di oggi. L’aspirazione all’indipendenza è acuita dall’occupazione militare, dagli obblighi di ogni genere che essa impone, dalla coscrizione obbligatoria alle tasse. Il grande impero di Napoleone, portatore degli ideali nazionali, soccombe paradossalmente di fronte al risveglio delle nazionalità coalizzate.rest

La rivoluzione francese, che a torto è stata considerata come una grande rivoluzione popolare, guidata dal basso, dai cittadini desiderosi di libertà, si è manifestata in tutta la sua contraddittorietà, quando la borghesia, attraverso i suoi esponenti, ha semplicemente sostituito una classe dirigente con un’altra, facendo leva sulla sovranità del popolo, ma obbligando un intero continente a rinunciare alla propria sovranità nazionale e popolare.

Nel corso della storia non sono stati pochi i richiami all’epopea rivoluzionaria, da ultimo troviamo anche parte dell’immaginario collettivo sul quale si è costruita, in Italia, la propaganda del Movimento 5 Stelle. L’autocelebrazione della propria diversità contro la corruzione di una classe dirigente ormai obsoleta, la pretesa di parlare a nome di tutti i cittadini, ostentando un quarto principio rivoluzionario, dopo liberté, egalité e fraternité ecco che arriva anche l’honneteté. I feudatari di ieri sono diventati la casta di oggi, la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino si è trasformata in una piattaforma on line che richiama il nome del più repubblicano degli illuministi.

Orientarsi nel futuro

Come abbiamo detto, il movimento del nazionalismo è molto più complesso di quello che sembra. Da un lato si richiama all’idea di sovranità nazionale e popolare tipica della rivoluzione francese borghese, dall’altro poggia le sue radici culturali nel tradizionalismo e nello storicismo filo aristocratico.

Richiamandoci a Lavoisier, possiamo leggere il nostro presente come una trasformazione di ciò che era stata l’Europa ormai due secoli fa, con i dovuti distinguo. La politica che stiamo vivendo oggi, con le sue problematiche e i suoi dibattiti, sembra rivivere le stesse dinamiche che aveva portato Napoleone al suo tramonto. L’esistenza di un’istituzione sovranazionale (nell’800 era l’Impero napoleonico, oggi è la cosiddetta “Troika”, unione di più istituzioni diverse: UE, BCE, FMI) sembra un dato di fatto incontrovertibile, un binario lungo il quale la storia si è incamminata e non può tornare indietro, come fu percepita la Rivoluzione francese dai suoi contemporanei sostenitori.

Nate per liberare i popoli da guerre fratricide, le istituzioni europee si stanno mostrando non dissimili da come il generale di Ajaccio si mostrava agli spagnoli, ai polacchi, ai belgi e agli italiani: un’autorità imposta dall’alto, che esige il rispetto di tutta una serie di leggi e di obblighi, in cambio della garanzia di pace, dell’uguaglianza di fronte alla legge di tutti i popoli sottomessi. La Commissione europea stenta ad ottenere le simpatie dei popoli europei, perché è un organismo che sfugge al diretto controllo della sovranità popolare e che, quindi, riporta il possesso della sovranità dalla collettività ad una piccola élite. L’esatta trasformazione che ci fu anche nella Francia rivoluzionaria dalla Convenzione al Direttorio, fino al consolato napoleonico.

Molto verosimilmente non si arriverà ad essere governati da un unico monarca come fu con Napoleone, ma i meccanismi con i quali si è evoluta la sovranità sono gli stessi che hanno portato oggi un’unica nazione a guidare la politica e a dettare l’agenda economica su scala europea. È cambiata semplicemente una capitale, da Parigi a Berlino.

Come successe con il Generale, però, gli ideali rivoluzionari hanno una forza maggiore rispetto alle ambizioni di un unico uomo, i principi di libertà, di indipendenza e di sovranità popolare spingono le nazioni a lottare contro ogni forma di invasione straniera. Ieri, lo ha fatto il popolo spagnolo (1808) con esiti purtroppo spiacevoli; lo ha ribadito il popolo greco nel 1821 e quello belga nel 1831, che riuscirono a liberarsi rispettivamente dell’imposizione ottomana e olandese, partendo da quel tradizionalismo di destra che faceva leva sulla storia, sulla lingua e sulla religione. Oggi lo stanno facendo tutte quelle nazioni che uniscono il risveglio della sovranità nazionale con un tradizionalismo di destra, che col passare dei decenni ha riscosso sempre più successo.

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Lungi dall’essere una semplice moda del momento, i nazionalismi che stanno animando l’Europa in questi anni sono il frutto dell’evoluzione del concetto di sovranità e di nazione lungo questo doppio binario, uno democratico-sinistrorso, l’altro tradizionalista-destrorso.

Nel corso dei prossimi anni, se le istituzioni sovranazionali non riusciranno a ribaltare in senso realmente democratico i principi su cui si fonda la loro sovranità, assisteremo sempre più all’avanzata dei nazionalismi di estrema destra. Perché la storia lo ha dimostrato già in passato: se le istanze popolari finiscono per essere appannaggio di una piccola élite al potere, le contraddizioni strutturali sgretoleranno quelle stesse istanze e lasceranno il potere nelle mani esclusivamente della piccola élite conservatrice.

 

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Parole come personaggi – L’insostenibile trasformazione dello “straniero”

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Ci è stato insegnato a rispettare le leggi, anche quelle non scritte la cui sanzione risiede soltanto nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di buon senso. La nostra città è aperta ed è per questo che non cacciamo mai uno straniero. Qui ad Atene noi facciamo così.

Si esprimeva così, circa 2500 anni fa, uno dei personaggi più importanti della storia classica: Pericle. Di quell’antica tradizione civiltà greca, che da Atene arrivò a toccare le sponde del Gange, prima di essere conquistata dai romani e diffusa fino alle porte dell’Oceano Atlantico, sembra che oggi non sia rimasto più nulla.

Non occorre un fine analista storico o un insigne politico per notare l’enorme differenza tra la statura culturale, morale e politica degli uomini che, attraverso le loro azioni e il loro pensiero, hanno dato origine alla civiltà della quale siamo i testimoni e gli attuali governatori delle nostre democrazie. “Nani sulle spalli di giganti“, si diceva, peccato che di quei giganti non resti neanche il ricordo.

D’altronde, come possiamo ricordarci del nostro passato se abbiamo perso per strada le parole con le quali raccontarlo? Non si tratta di amnesia o di una semplice dimenticanza, le parole non si perdono mai ad un incrocio o ad un semaforo, sono semplicemente soggette a trasformazioni, lungo l’arco di secoli o millenni, alla fine delle quali non abbiamo più la capacità di riconoscerle. Come un amico d’infanzia che non incontriamo da cinquant’anni e, perciò, stentiamo a riconoscerlo, o come i personaggi di un romanzo le parole sono costantemente soggette a mutamenti, morfologici e semantici.

“Parole come personaggi” era anche il titolo di una rubrica del quotidiano Giornale del Mattino, diretto da Ettore Bernabei negli anni ’50. A quel titolo si richiamava Don Lorenzo Milani in una sua lettera al giornale pubblicata il 20 maggio 1956, nella quale rivendicava il suo diritto di “dominio sulla parola“.

Ecco, questo è appunto il mio ideale sociale. Quando il povero saprà dominare le parole come personaggi, la tirannia del farmacista, del comiziante e del fattore sarà spezzata. […] Il dominio sul mezzo d’espressione è un concetto che non riesco a disgiungere da quello della conoscenza delle origini della lingua. Finché ci sarà qualcuno che la possiede e altri che non la possiedono, questa parità di base che ho chiesto sarà sempre un’irrisione.

Don Milani, nella sua lettera, proseguì polemizzando con le dichiarazioni dell’allora ministro della Pubblica istruzione, Paolo Rossi, che in un’intervista ebbe a dire: “è veramente indispensabile che i futuri studenti tecnici conoscano il latino?… E’ meglio che quei giovani non lo studino affatto… si renderebbe loro un pessimo servizio.

Quelle affermazioni susciterebbero ancora oggi forti polemiche, se solo ci fosse qualcuno con una voce imperiosa ad affermare la necessità del contrario. Si potrebbe dire in maniera semplice, ma non semplicistica, che lo studio del latino e dell’origine della nostra lingua può aiutarci a seguire passo dopo passo il lungo cammino che le parole hanno compiuto nel corso del tempo, affinché nessuna di esse si perda per strada, affinché nessuno di noi possa mai sentirsi dominato da parole “sconosciute”. Le parole come personaggi, le lingue come romanzi.

Ogni periodo storico ha le sue parole chiave, intorno alle quali ruotano l’opinione pubblica e il comune sentire e agire politico. La quotidianità che stiamo vivendo, carica di tensioni sociali e di squilibri economici, ne ha diverse e quasi tutte ruotano intorno ad un unico concetto, quello di straniero (extraneus, da extra + natus, nato al di fuori).

Per molto tempo i latini utilizzarono il termine hostis per indicare lo straniero, il diverso, colui che è nato al di fuori della città (civitas) romana e quindi considerato incivilis, privo di civiltà. L’hostis si distingueva dall’ingenuus, colui che è nato all’interno della civiltà romana (in + genuo), e che quindi per sangue e natura è dotato di tutte le caratteristiche degli uomini civili: libertà, semplicità, nobiltà, sincerità, schiettezza, lealtà, ecc. Insomma la civiltà e la genuinità le si acquistavano per nascita.

Non bisogna, però, credere che tutto ciò che si trovi al di fuori dei confini romani fosse per forza di cose rozzo e incivile. Basti pensare all’enorme rispetto che i romani ebbero per la civiltà greca, dopo che l’ebbero conquistata, al punto che Orazio osò dire: “Graecia capta ferum victorem cepit, et artes intulit agresti Latio” (“Una volta conquistata, la Grecia conquistò il vincitore selvaggio e portò le arti nel Lazio agreste“); o anche alla stima che, nonostante tutto, Tacito ebbe nei confronti dei Germani, così rispettosi dei propri costumi morali, al contrario dei suoi concittadini.

In origine, il termine hostis non aveva nulla a che fare con la parola italiana alla quale potremmo facilmente associarla, cioè “ostile“. Essere straniero non significava per forza essere nemico, non c’era alcuna affinità diretta tra i due significati. L’inimicizia tra due popoli era contingente, strettamente legata a fattori storici, non per forza oggettivi e universali. Tanto è vero che nel corso della storia repubblicana molti hostes sono diventati prima socii, alleati, e in seguito cittadini romani a tutti gli effetti (massimamente con l’editto di Caracalla del 212).

Per indicare il nemico, originariamente, i romani utilizzavano il termine inimicusperduellis. Agli occhi dei romani, quindi, lo straniero non era inteso comunemente come un nemico, ma semplicemente come un viandante, peregrinus, che viene da fuori, advena (ad venio). Al contrario, forti della propria idea di civiltà, i romani erano soliti considerare l’hostis pare iure cum popolo romano, era cioè sullo stesso piano giuridico dei cittadini romani.

Come il personaggio di un romanzo, questa parola iniziò a trasformarsi, ed ecco che dalla radice di hostis nacque il verbo hostire che significa “ricambiare, contraccambiare, eguagliare”, come se i romani facessero di tutto affinché lo straniero si sentisse a suo agio all’interno della civiltà romana, in una sorta di comunione di beni. Tant’è vero che oggi noi utilizziamo quotidianamente, soprattutto la domenica, soprattutto i fedeli cristiani, una parola che nasce da quella stessa radice e cioè “ostia“. Prima di diventare il corpo di Cristo, l’hostia presso i romani indicava il pareggio dei beni ospitali, al quale l’ospitante era tenuto, una specie di sacrificio simbolico con il quale si suggellava il rapporto di ospitalità tra pari.

Dal punto di vista etimologico, perciò, più che associare lo straniero al nemico, i romani preferivano associarlo all’ospite, sacro e inviolabile. Il termine hospes, con il quale si indica l’ospite in senso stretto, nasce quando la civiltà romana iniziò il lungo processo di espansione militare che l’avrebbe portata a dominare in quasi tutto il continente.

Nel romanzo della lingua e della cultura latina ecco che iniziano ad affacciarsi altri personaggi, altre parole con altrettanti significati. Se hospes indica propriamente l’ospite, hostis viene utilizzato esclusivamente per identificare il “nemico pubblico”; mentre inimicus si trasforma in “nemico interno”, competitor indica l’avversario in un conflitto di interessi. Per questo si utilizza sempre più comunemente l’espressione hostilis per indicare un comportamento dannoso, pericoloso per la propria incolumità, tipico dei nemici.

Se le parole si trasformano nel corso del tempo è solo ed esclusivamente perché cambia l’agire umano e i rapporti sociali, e con essi le modalità linguistiche con le quali li definiamo. Se i romani iniziarono ad utilizzare lo stesso termine per identificare lo straniero e il nemico, non era perché tra i due concetti ci fosse uno stesso rapporto logico, ma perché l’evoluzione in senso militare di quella civiltà portò ogni popolazione straniera ad essere considerata una potenziale nemica per la Città.


Prima che nascesse l’espressione hospes, per i romani l’ospite era assimilato allo straniero (e viceversa) per cui bastava la sola parola hostis per indicare entrambi. Nel Mediterraneo non erano gli unici a dare una così forte importanza all’ospite, straniero. Gli antichi greci utilizzavano la parola xenia per indicare l’ospitalità, l’accoglienza, che erano soliti usare anche nei confronti dello straniero. Lo xenos, pertanto, era l’ospite, sia interno che esterno (straniero).

Nella letteratura greca ci sono infinite storie di ospitalità, tramandateci dai tragediografi Eschilo ed Euripide, o dallo stesso Omero. Nell’Ecuba di Euripide era considerato un crimine innominabile mostrarsi ostili nei confronti dello straniero (echtroxenos). La giustizia degli ospiti (dika xenon) era sacra, al punto che poteva diventare vergognoso e oggetto di biasimo lasciare che l’ospite o lo straniero trovasse ospitalità presso un’altra casa.

Come nel latino delle origini, anche il greco utilizzava un unico termine per indicare ospite e straniero, mentre il nemico era indicato con il termine echtros. Accostare i due termini, come se fossero sinonimi, era impossibile; al massimo poteva instaurarsi una relazione ossimorica, come quando diciamo “un fuoco freddo” o “un silenzio assordante”. Non si poteva essere nemici e ospiti allo stesso tempo, anche perché, come accadeva nella cultura latina, tra l’ospite e il padrone di casa si instaurava un patto simbolico, un rapporto biunivoco, che obbediva a leggi morali non scritte ma ugualmente inviolabili.

La parola italiana “simbolo” deriva proprio da questa cultura. In greco antico il symbolon era un anello, una medaglia, una tessera che veniva divisa in due, le cui metà erano mantenute in possesso sia dal padrone di casa che dal suo ospite, a suggello di questo patto di ospitalità. Spesso accadeva che, soprattutto tra prestigiose famiglie nobiliari, ci si scambiasse anche dei doni, al pari dell’hostia latina, il cui “peso” variava a seconda dell’importanza della famiglia: più grande è dono che ti ho fatto, più è stata ricca l’ospitalità della quale hai goduto.

Per questo, l’ospite e lo straniero erano difficilmente considerati nemici, a meno che non rompessero il vincolo simbolico stabilito, come fece Paride rapendo Elena e tradendo l’ospitalità di Menelao. Lo xenos diventava così un vero e proprio philos, un amico, con il quale si instaurava un rapporto di rispetto e amicizia (philia), che non poteva essere dimenticato. Non se ne dimenticò, infatti, il greco Diomede che, come racconta Omero nell’Iliade, dovendo combattere con il troiano Glauco, desiste dall’intento dopo aver scoperto che il giovane discende da un antico ospite della sua famiglia. La xenia impose ai due guerrieri di deporre le armi, anzi di scambiarle, rafforzando i vincoli di ospitalità tra le due famiglie.

Il rapporto di ospitalità era talmente sacro che anche nei confronti di un lutto non ci si poteva tirare indietro dal rispettare l’ospite in casa. Sempre nell’Ecuba, Euripide racconta di come Eracle, dopo aver saputo del lutto che gravava nella casa di Admeto del quale era ospite, decide di andar via dato che “per chi è in lutto la presenza di un ospite è inopportuna”. Admeto considera oltraggiosa la possibilità che il suo ospite debba essere costretto a cercare ospitalità altrove, per cui dà disposizioni ai suoi servi affinché Eracle sia servito e riverito in stanze lontane, “perché gli ospiti non devono essere afflitti”, neanche da un lutto che ha colpito la casa di chi li ospita.

In Eschilo il crimine contro chi offende ospiti o stranieri (echtroxenos) è paragonato all’offesa nei confronti dei genitori e delle divinità. Se nei romani lo straniero era pari iure cum popolo romano, nei greci era addirittura posto sullo stesso piano della divinità. Perché?

Sono molti i miti greci nei quali le divinità assumono sembianze umane, e trascorrono il loro tempo impicciandosi delle attività degli uomini. Si innamorano, rapiscono, odiano e puniscono gli uomini, senza che questi possano riconoscerli a prima vista. Il timore che i greci avevano di incappare in una divinità nascosta sotto sembianze umane aveva fatto sì che tutti gli stranieri venissero trattati con gentilezza e rispetto. Gli dei spesso si circondavano di uomini per verificare se fossero giusti oppure riprovevoli. Guai, perciò, ad offendere uno straniero, a non ospitare chi supplica il tuo aiuto, perché come affermava Platone nelle Leggi:

di tutte le colpe contro gli stranieri e i compatrioti la più grande per ciascun uomo è quella che si commette contro i supplici […] perché il supplice, supplicando, ha chiamato un dio a testimoniare i suoi voti e diviene questo dio terribile difensore e custode del misero che subisce, cosicché non subirà mai invendicato il male sofferto chi lo ha sofferto.

Una lezione di umanità che ritroviamo anche nei Vangeli, quando leggiamo “chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato”, o anche “qualsiasi cosa abbiate fatto al più piccolo dei miei fratelli, l’avete fatta a me”.

Quando, allora, per un greco antico lo straniero diventa pericoloso? Quando non è più riconoscibile nei tratti che gli sono peculiari, quando parla un’altra lingua, incomprensibile, che ad ascoltarla sembra quasi un balbettio cacofonico, una ripetizione di suoni simili a “bar bar“, per questo viene definito semplicemente barbaros.

Con il termine “barbaro“, divenuto anche nella cultura latina sinonimo di rozzo e incivile, i greci volevano in realtà farci comprendere qualcosa di molto sottile: è difficile instaurare un rapporto di xenia, da pari a pari, con chi parla una lingua incomprensibile; è impossibile essere philoi, amici, se prima non abbiamo imparato a parlare la stessa lingua. Si badi bene: non si sta parlando semplicemente di utilizzare le stesse parole, ma di comunicare gli stessi concetti.

Il greco e il latino, come due romanzi ricchi di personaggi, ci hanno insegnato che le parole mutano nel tempo solo quando siamo noi a mutare. Lo straniero è sempre stato considerato al pari di un “nativo”, nel diritto e nel benessere, o addirittura al pari di una divinità, il suo statuto ontologico non cambia mai: lo straniero è ospite, diventa nemico solo quando siamo noi a cambiare la nostra identità. Se la nostra civiltà basata sul diritto e sul mutuo scambio si trasforma in civiltà basata sull’odio e sulla guerra, lo straniero si trasforma in nemico. Lui, in realtà, non è cambiato affatto, siamo noi che lo abbiamo trasformato, come se fosse il personaggio di un romanzo che stiamo scrivendo.

Anche se all’interno della nostra Europa non ci sono più guerre come accadeva in passato, è palese la chiusura nazionalistica di moltissimi stati, il che porta naturalmente a far nascere comportamenti aggressivi e militareschi, tipici di una civiltà fondata sull’elogio della guerra. Se accettiamo questa logica, se smettiamo di parlare gli uni con gli altri, se interrompiamo la comunicazione di medesimi concetti, diventeremo ognuno il barbaro dell’altro.

Chiusi nei nostri confini, nelle nostre identità da giardino, mostreremo a tutti la nostra ottusità morale, paragonabile soltanto a quella dei Ciclopi, accusati da Omero di essere le creature più distanti dall’intera umanità, privi di ogni rispetto delle regole della xenia.

Chi di noi sarebbe disposto a fare la fine di Polifemo, il Ciclope rozzo figlio di Poseidone, “colui che parla molto” (polys phemos) a causa della sua ebrezza?
Chi di noi, rinunciando ad ospitare gli stranieri, sarebbe disposto a brancolare nel buio, ubriaco, accusando nessuno di averlo accecato?
Chi di noi vorrebbe essere così imbecille?

Cari genitori, sbagliare fa bene

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Lo scorso venerdì 9 marzo è uscito su Repubblica un articolo dal titolo “Perché i nostri figli non studiano più da soli”, firmato da Caterina Pasolini, che ci lascia un affresco alquanto impietoso del rapporto tra la scuola e le famiglie italiane.

Secondo i dati della Varkey Foundation, l’organizzazione internazionale che assegna l’invidiabile oscar al “miglior docente del mondo” (Global teacher prize), il 56% delle famiglie italiane pensa che il livello educativo delle nostre scuole sia peggiorato drasticamente negli ultimi dieci anni. Quotidianamente ascolto colleghi più esperti affermare: “Ai miei tempi non era tutto così semplice”, e, nonostante abbia iniziato ad insegnare da poco, mi rendo conto che effettivamente è così.

Siamo i primi a riconoscere che il livello scolastico non sia così come lo vorremmo, nonostante, o forse anche a causa dei numerosi cambiamenti promossi dalle istituzioni e dai governi che si sono susseguiti negli ultimi quindici anni. Ci resta però un dubbio, che ci assilla quotidianamente: la scuola è peggiorata perché si è abbassato il livello degli insegnanti o quello degli alunni?

Se accettiamo come giusta la prima risposta allora c’è poco da discutere: tocca esclusivamente a noi rimboccarci le maniche e alzare l’asticella. Certo, il fatto che a fine ‘800 nelle scuole superiori toscane insegnava Lettere un certo Giovanni Pascoli non aiuta l’autostima! Se, invece, pensiamo che sia più giusto soffermarci sulla seconda alternativa, allora il discorso cambia. Il basso rendimento dei nostri alunni è imputabile esclusivamente alle mutate condizioni della nostra società, all’inesorabile scorrere del tempo, come se il cammino umano fosse portato storicisticamente verso una progressiva ignoranza collettiva?

Probabilmente ci troviamo di fronte ad un interrogativo al quale nessuno saprà mai dare una risposta oggettiva, ma sono le reazioni della società quello che ci interessano. A quanto pare i genitori italiani sono i più preoccupati d’Europa per il basso livello scolastico nel quale sono costretti i propri figli. Infatti, il 25% dei genitori passa non meno di sette ore alla settimana a studiare con i propri figli, a differenza del 23% dei genitori polacchi, del 17% degli spagnoli, del 14% dei tedeschi e dell’11% dei genitori britannici e francesi. In Finlandia la percentuale è del 5%, ma, si sa, lì la scuola è un’altra “cosa”.

Siamo sicuri che tutta questa “preoccupazione”, per quanto lecita, sia necessaria? Osservando i nostri alunni quotidianamente, ci viene qualche dubbio. Come giustamente sottolinea Angela Nava Mambretti, presidente del coordinamento genitori democratici, è difficile capire se i genitori si comportino ingenuamente o se sono mossi da un senso di colpa del tipo: “non posso non aiutarti visto che sto molto tempo fuori casa“, oppure: “sto con te così facciamo prima“. Non è raro trovare compiti fatti alla perfezione da una “terza mano”, che verrebbe voglia di chiamare il genitore e mettergli un bel 9 sul registro elettronico; o addirittura versioni o temi inviati ai figli tramite Whatsapp.

Questi comportamenti insensati hanno come scopo principale quello di proteggere i propri figli dalle delusioni e dalle batoste alle quali si sottoporrebbero, se i risultati ottenuti non fossero “all’altezza”. La paura che i propri figli non siano felici perché non riescono a raggiungere gli stessi risultati degli altri è frutto di un modo di intendere l’educazione come se fosse un’eterna competizione, in cui vince chi ha più 10 in pagella. La scuola non è un’Olimpiade e le pagelle non sono i medaglieri dei nostri figli-alunni. Spesso siamo noi stessi, consapevolmente o meno, a dare eccessiva importanza al voto numerico, alla competizione tra gli alunni, a inutili retoriche di meritocrazia, quando invece non ci soffermiamo a fare il possibile per mettere tutti nelle stesse possibilità di esprimere il proprio merito. Su questo, noi insegnanti possiamo migliorare, ma pensare che le colpe risiedano solo dalla nostra parte sarebbe un grave atto di superbia.

Se non togliamo le rotelle alle bici dei nostri figli, per paura che possano perdere l’equilibrio e cadere, sicuramente avremmo evitato fratture varie, ma ci sarà un elevato rischio che a 30 anni essi girino ancora col triciclo!

Fare da genitori-chioccia, evitando che i ragazzi prendano brutti voti, firmare ingressi in ritardo o uscite anticipate per evitare verifiche, pretendere lo spostamento di posto perché il compagno di banco non è una “buona compagnia”, o addirittura richiedere il passaggio da un programma per obiettivi minimi ad uno differenziato solo per evitare la bocciatura è quanto di più sbagliato, inappropriato e dannoso.

Come genitori e insegnanti abbiamo, con mezzi e percorsi diversi, il compito di crescere ragazzi sempre più consapevoli delle proprie capacità, pronti a capire quali siano i propri desideri, le proprie passioni e cercare di realizzarle nel modo migliore. Se pensiamo esclusivamente a proteggere i nostri ragazzi dai “mali esterni”, senza che essi provino ad affrontarli direttamente, noi contribuiremo a formare solamente dei ragazzi pigri. Spesso i genitori, sbagliando, pensano che gli insuccessi dei loro figli siano anche i loro, e quindi li proteggono per proteggere se stessi, quasi volessero nascondere il loro di fallimento. Ma non è così.

Un modo efficace per aiutare concretamente i propri figli sarebbe quello di leggere loro libri ad alta voce sin da piccoli, sfogliare con loro il quotidiano almeno due volte alla settimana, portarli a teatro, al cinema, allo stadio, ai concerti, in biblioteca quante più volte possibile, da soli o con i loro amici, per aiutarli a comprendere che la condivisione della cultura è essa stessa cultura. Abituiamoli a sentirsi dire di no più spesso, a non ottenere sempre tutto come se fosse loro dovuto, solo perché senza sarebbero infelici.

La felicità dovrebbe essere garantita a tutti e inserita anche nella nostra di carta costituzionale, ma non si trova dietro l’angolo. Bisogna cadere, rialzarsi, cadere ancora, farsi male, leccarsi le ferite e andare avanti.

Bisogna imparare ad essere liberi di sbagliare.

 

La Città dei bambini senza casa

Bivio
C’era una volta una bambina che, passeggiando per il bosco, perse la via di casa e non sapeva come tornare. Ad un certo punto si ritrovò di fronte ad un bivio, ai cui lati si trovavano due persone, una per ogni direzione. Il primo uomo era anziano, vestiti strappati e una macchia di sangue sulla camicia. L’altro era più giovane, pulito, ma aveva degli occhi inquietanti e dietro i pantaloni portava una pistola. Entrambi si avvicinarono e la convinsero, con parole diverse, a seguire l’uno o l’altro lungo la loro strada, perché l’avrebbero riportata tranquillamente a casa. La bambina fu molto spaventata dalle parole di entrambi, insicura su ciò che le poteva accadere lungo il percorso, ma decise che tra i due il “meno peggio” fosse il giovane con la pistola, “almeno lui non è sporco di sangue”, pensò. La bambina si incamminò con il giovane uomo, fidandosi di lui e sperando di arrivare a casa sana e salva per rivedere i propri genitori.
Passarono giorni, il giovane uomo ritornò al bivio e si mise di fronte al vecchio macchiato di sangue. Costui non gli chiese niente e della bambina non si seppe più nulla.
Qualche mese dopo si ripresentò al bivio un altro bambino, che aveva smarrito la via di casa. Guardò spaventato i due uomini, ascoltò le loro parole e pensò: “Tra i due, forse, il meno peggio è l’uomo anziano. Almeno non ha la pistola”. E si incamminò con lui.
Passarono alcuni giorni e l’anziano ritornò al bivio, si mise di fronte al giovane in silenzio. I due non si dissero niente e del bambino non si seppe più nulla.
Nei mesi successivi passarono molti bambini in quel bivio, ognuno scelse di farsi accompagnare con l’uomo che reputava meno peggio dell’altro, e di tutti non si seppe più nulla.
Arrivò, infine, un ragazzo, anch’egli aveva perso la strada di casa. Si ritrovò di fronte ai due uomini e ne fu spaventato. Mentre cercavano di convincerlo a seguirli lungo la loro strada, il bambino sentì un fruscio dietro le sue spalle. Si voltò terrorizzato e vide una fiumana di bambini venirgli incontro. Erano tutti sporchi, macchiati di sangue e con i vestiti strappati. D’istinto il bambino corse verso l’uomo che reputava meno peggio, ma una voce alle sue spalle gli intimò di aspettare. 
Anche noi avevamo perso la strada di casa come te. Anche noi ci trovammo di fronte ad un bivio e anche noi alla fine scegliemmo il meno peggio. Guarda ora come siamo conciati. Tranquillo non aver paura di noi, non ti possiamo fare nulla. Noi non esistiamo, siamo qui perché rappresentiamo il tuo futuro. Non farti ingannare da quegli uomini, per quanto possano sembrare convincenti, hanno qualcosa di inquietante che vedi anche tu. Non pensare che tra i due possa esserci uno meno peggio dell’altro. Il meno peggio non esiste, perché quantunque esistesse, sarebbe in ogni caso ‘peggio’. Ognuno di noi qui ha scelto il meno peggio e guarda come siamo.
Il bambino ascoltava la fiumana di bambini che gli parlava e riacquistò a poco a poco serenità. Volle sapere cosa fosse capitato a quei bambini, uno di loro rispose: “Hai due modi per scoprirlo, o scegli il meno peggio tra quei due uomini o vieni con noi e ascolti le nostre storie“. Il bambino non se lo fece ripetere due volte, pensò che fosse molto meglio seguire i suoi coetanei, i suoi simili, ascoltare le loro storie, piuttosto che lasciarsi trasportare dalla paura, dall’incertezza e dall’inganno.
Passarono anni e di quei bambini non si seppe più nulla.
Un giorno bambino, camminando nel bosco aveva perso la via di casa e non sapeva come tornare. Si ritrovò di fronte al bivio di fronte ai due uomini, mentre in lontananza sentì un vociare di persone. Spaventato da quei due ceffi, cercò di raggiungere quelle voci. Superò albero dopo albero, pianta dopo pianta e si ritrovò di fronte ad una piccola cittadina, viva di voci infantili, di gioie di lavoro e benessere.
Non credeva ai suoi occhi. Era quella, allora, la leggendaria “Città dei bambini senza casa“! Creata dal nulla da bambini che avevano perso tutto per colpa della logica del meno peggio, ma che avevano saputo ritrovare tutto fidandosi gli uni degli altri, raccontandosi le loro storie e mettendole insieme per creare un’unica grande Storia, quella che dalla fratellanza può far nascere una nuova speranza.

La banalità dell’ignoranza, ovvero “Il Classico classista”

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Se Hannah Arendt potesse tornare in vita probabilmente scriverebbe un libro con questo titolo. Sul banco degli imputati non ci sarebbe Adolf Eichmann ma i colleghi docenti che hanno stilato il Rapporto di Autovalutazione del Liceo Classico “Ennio Quirino Visconti” di Roma; la sentenza non sarebbe stata la condanna capitale (Dio ce ne scampi e liberi), ma una fragorosa risata che avrebbe dovuto far vergognare chiunque abbia scritto, letto e non corretto quel documento ufficiale. Ma, ahinoi, la Arendt non può risorgere e la vergogna non è uno stato d’animo così diffuso.

Fa ridere (come ci ha insegnato a farlo Pirandello) che nel 2018 un Istituto Statale porti come vanto una particolare caratteristica per la quale c’è poco da vantarsi. Abbiamo riso tutti leggendo e commentando questa notizia, sbalorditi dalla banalità con la quale si possa cadere così in basso. Ma non si può continuare a sorridere per sempre. Non si può minimizzare una caduta di “stile” così grave e pericolosa come quella che caratterizzato alcuni prestigiosi licei italiani, segnalati da vari articoli di Repubblica. Ciò che preoccupa è che a macchiarsi di questa colpa è l’istituzione che più di tutte dovrebbe arginare la devastante ignoranza che dilaga la nostra società, e cioè la scuola.

Sono passati ormai 40 anni (mica l’altro ieri) da quando sono state abolite le classi differenziali, che discriminavano tutti i ragazzi portatori di handicap più o meno gravi, di disturbi specifici dell’apprendimento o con problemi di socializzazione; 40 anni che non sono più tollerate le classi ghetto, nelle quali erano confinati gli studenti che non hanno avuto la fortuna di ricevere in dono la “normalità” dal popolo benpensante. Sono passati 26 anni da quando è entrata in vigore la Legge 104 che tutela i diritti delle persone diversamente abili, anche dal punto di vista scolastico.

Nonostante tutti questi anni, nonostante il continuo dibattito che ancora interessa alcuni settori del variegato mondo scuola, ci sono ancora moltissimi docenti che non hanno ancora capito quale sia il loro ruolo nella società. Probabilmente saranno anche degli ottimi mestieranti, nel senso che svolgono il loro mestiere in maniera ineccepibile, ma dubito che sappiano essere anche dei validi insegnanti.

Il nostro compito non è soltanto quello di fornire ai ragazzi i concetti chiave delle singole discipline che studiano tra i banchi di scuola e a casa, non è neanche quello di far capire (per quanto sia fondamentale) che le singole discipline andrebbero studiate trasversalmente, perché ogni ambito del sapere può essere funzionale ad un altro. Il compito principale di un insegnante è far capire ai propri ragazzi che la scuola non è nient’altro che un microcosmo della società, una piccola palestra di vita dove si instaurano una serie di dinamiche che ritroveranno in futuro, ovunque, dal lavoro alla sfera familiare. Per questo motivo l’insegnante non si deve comportare come il tiranno onnipotente che impartisce punizione, voti, compiti a casa, quanto più come un pilastro al quale appoggiarsi, come un sostegno al quale chiedere aiuto, quotidianamente, per imparare a stare al mondo.

I saperi disciplinari sono fondamentali (guai a toglierci ore dal nostro monte orario), ma tutto ciò resta nella sovrastruttura del mondo scuola; la struttura, invece, riguarda la consapevolezza di vivere in un mondo in cui non esiste alcuna normalità, in cui le diverse forme di disagio (fisico, cognitivo, sociale, ecc.) sono una delle tante forme di normalità che la natura ci ha messo a disposizione. Pensare che l’assenza di alunni stranieri o diversamente abili, che l’inesistenza di alunni svantaggiati per condizione familiare “favorisca il processo di apprendimento” (citazione testuale) è quanto di più immorale possa pensare o dire un insegnante.

L’importanza sociale di noi insegnanti è direttamente proporzionale al numero di ragazzi che hanno bisogno del nostro aiuto per “diventare grandi”, e chi più dei ragazzi diversamente abili, o che vivono e provengono da contesti socio-culturali diversi o difficili, ha bisogno del nostro aiuto? Sarebbe bene ricordare ai colleghi che hanno stilato quel documento di autovalutazione che il prestigio di una scuola non è legato alla classe sociale dei propri studenti, ma alla capacità di far crescere chiunque si trovi in una situazione di svantaggio.

Fortunatamente molti colleghi di quella prestigiosa scuola si sono dissociati e hanno preteso le scuse dell’intero istituto nei confronti del paese intero per la pessima figura. Anche gli studenti hanno mostrato la loro contrarietà rispetto a quello che hanno scritto i propri insegnanti, attraverso striscioni appesi sulla facciata della scuola, segno che spesso (fortunatamente) gli allievi superano (in buon senso) di gran lunga i loro maestri.

L’approccio dei docenti riguardo all’insegnamento è, ormai, legato alla trasformazione, sempre più rapida, della scuola in senso aziendalistico. Il vecchio Preside ha lasciato il posto al Dirigente scolastico, il Direttore dei Servizi Generali e Amministrativi ha scalzato il Segretario, mentre si fa sempre più uso dei termini “voto di profitto“, “debito scolastico“, “credito formativo“, ecc. E’ proprio a partire dal lessico che le nostre scuole sono diventate delle piccole aziende, pertanto non stupisce il rapporto aziendalistico che si è venuto a creare tra noi e i nostri alunni. Ed è a partire da questo rapporto che molti docenti vedono come un problema la presenza di alunni disabili, DSA o BES di ogni tipo, come se fossero tanti operai anziani che rallentano la produttività in fabbrica (alias, processi di apprendimento).

Ma se questi sono i rapporti, come succedeva non molti anni fa, quando le masse di operai, consapevoli degli abusi che venivano perpetrati ai loro danni, lottavano per far riconoscere i propri diritti, siamo sicuri che saranno proprio i nostri studenti ad insegnarci cosa sia realmente il diritto all’istruzione e quale sia il dovere di noi insegnanti.

Non ci resta che imparare!

Leggere ci rende immortali!

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Spesso sottovalutiamo, o ignoriamo del tutto, il potere che ha su di noi la pagina di un libro. Non comprendiamo pienamente le molteplici risorse che ci può dare la lettura, perché siamo stati condizionati sin da piccoli a pensare alla lettura come ad un esercizio da svolgere sotto costrizione, per lo più scolastica.

Nel corso delle nostre vite ci rapportiamo alla lettura in maniera diversa, a seconda delle varie età. Da piccoli, piccolissimi, guardavamo i libri come se fossero oggetti misteriosi, pieni di disegni e di figure colorate, di strani segni, che in seguito abbiamo capito essere lettere, poi parole e quindi frasi.

Cute baby with book on the white background

Li leggevamo al contrario, balbettando qualcosa del tipo “accheceuolittippoca“, “tittippipittippolla“, suscitando le risate dei nostri genitori che ci tenevano sulle ginocchia. Crescendo, abbiamo imparato a leggere molto lentamente, per questo trovavamo più piacevole che a leggere le storie dei libri fossero i nostri genitori o i nostri nonni.

Una volta entrati nelle aule scolastiche, ci siamo imbattuti in fiabe, favole, piccoli racconti di avventura o di amore, che leggevamo in classe e a casa per il piacere di leggerli, per sapere come andavano a finire quelle storie che ci sembravano tanto distanti, ma così vicine.

Il primo contraccolpo lo abbiamo subito alle scuole medie, quando ci siamo imbattuti per la prima volta nella Letteratura, questo mostro sacro dalle mille teste di scrittori, ognuna che racconta una storia in una lingua diversa. Dai dieci anni in poi abbiamo imparato a leggere i racconti, cercando di capire come erano fatti al loro interno, dando un nome specifico ad ogni componente di quella struttura narrativa: narratore onnisciente, focalizzazione zero, sequenza descrittiva, sequenza narrativa, tempo della storia e del racconto, analessi, prolessi, ecc. Il nostro rapporto con la lettura ha subìto, così, una brusca frenata: leggevamo non tanto per curiosità, quanto per esercitare le nostre competenze di analisi e comprensione; non tanto per piacere, quanto più per dovere. Le cose si sono poi complicate alle scuole superiori, quando si è aggiunta la lettura del testo poetico e l’analisi di tutte quelle figure retoriche dai nomi difficilissimi: anadiplosi, iperbato, sineddoche, paranomasia, poliptoto, ecc.

Tra gli errori più gravi che possiamo fare noi insegnanti c’è quello di associare l’attività della lettura, in classe o a casa, ad un’azione meccanica finalizzata allo svolgimento di importantissimi quanto noiosissimi esercizi di analisi del testo. L’analisi strutturale è fondamentale per apprendere i processi di costruzione di un testo, narrativo o poetico, aumenta le nostre competenze linguistiche e di ragionamento, ma alla lunga allontana il lettore da un testo. La bellezza di un testo letterario non risiede nella quantità e nella qualità delle figure retoriche utilizzate dall’autore, ma dalle emozioni che riesce a suscitare nell’animo di chi le legge.

A cosa serve la Letteratura? Chi dà un senso ai testi letterari?

Possiamo rispondere alla prima domanda, solo se partiamo dalla seconda.

Sembra una banalità, ma sfido chiunque ad affermare il contrario: sono i lettori che danno un senso alla letteratura, se non ci fossero loro non avrebbe senso scrivere un libro. Senza i lettori i libri sarebbero inutili oggetti da decoro in una casa piena di scaffali e di polvere.

Affermare che il lettore dà un senso alla letteratura, significa soffermarsi sugli effetti che un testo letterario produce nell’animo di chi lo legge, al punto da suggerirgli di continuare a leggere testi dello stesso autore o di argomenti simili. Basti pensare alla differenza tra la lettura di un romanzo e quella di un bugiardino di un medicinale o di una legge del codice civile: soltanto nel primo caso si può parlare di Letteratura, perché?

Proviamo a partire da lontano, dal presupposto che l’uomo sia un animale sociale, la cui vita assume un senso soltanto in relazione a quella degli altri. Le nostre esistenze sono condizionate dal modo con il quale ci rapportiamo agli altri, comprendendo i sentimenti e i bisogni altrui. A lungo si è discusso se l’uomo, per natura, sia buono o cattivo, se tenda naturalmente a sopraffare gli altri, seguendo il proprio istinto di sopravvivenza, o se sia più portato ad aiutare un suo simile in difficoltà.

Kropotkin sosteneva che la lotta per la sopravvivenza, con buona pace per i darwinisti, non fosse semplicemente lo scontro individuale del più forte contro il più debole, ma partisse da un istinto di sopravvivenza che accomuna tutti membri di una stessa specie. Se un cane osserva un suo simile mentre viene preso a bastonate da un uomo, l’istinto di quel cane lo porterà a scagliarsi contro l’uomo per difendere il suo stesso simile. Lo stesso istinto protettivo lo si può vedere anche nel rapporto tra un cane e un bambino indifeso.

Questo avviene tanto nelle specie animali quanto in quella umana, ovviamente. Ma cos’è che spinge l’animale o l’uomo a prendere le parti dei più deboli? La capacità di condividere le stesse emozioni, di provare empatia nei confronti del prossimo. In età adulta questa capacità può essere più o meno sviluppata a seconda di tutta una serie di fattori che hanno caratterizzato la nostra crescita e il nostro rapporto con gli altri, ma sin dalla nascita questo è un fenomeno del tutto naturale, anzi fisiologico.

Quando ci rapportiamo con gli altri, quando ascoltiamo o osserviamo qualcuno, nel nostro cervello si attivano particolari cellule nervose, detti neuroni specchio, che riflettono nel nostro ipotalamo tutto ciò che vediamo fare o dire ad altri. Un esempio banale: nulla sembra essere più inconsciamente contagioso dello sbadiglio, non appena vediamo qualcuno sbadigliare istintivamente lo facciamo anche noi, il motivo è semplice. I neuroni specchio sono neuroni motori, cioè stimolano il cervello al punto da farci compiere un movimento anche quando lo osserviamo compiere da qualcun altro.

Il nostro cervello si comporta come uno specchio di fronte alle azioni di chi abbiamo di fronte. Se queste azioni, poi, sono causate da particolari emozioni, ecco che scatta quel fenomeno naturale che chiamiamo empatia. Se osserviamo un bambino di un anno mentre ride felice, istintivamente la nostra bocca si apre in un sorriso empatico; allo stesso modo, se osserviamo un bambino piangere, perché sgridato dai suoi genitori, nel nostro volto apparirà una smorfia triste.

Allo stesso modo, anche il linguaggio è influenzato dall’azione dei neuroni specchio. Un bambino, infatti, inizia a parlare soltanto dopo aver osservato gli adulti muovere le labbra in un certo modo e, inconsciamente, dopo aver provato a replicare quella stessa azione coordinata dagli stimoli cerebrali. Abbiamo imparato a dire mamma papà dopo che il nostro cervello ha indotto i muscoli facciali a replicare lo stesso movimento delle labbra, accompagnate dall’emissione di un suono vocalico.

Ma i libri e la letteratura in tutto ciò cosa c’entrano?

I neuroscienziati, grazie alle loro ricerche sulla plasticità del cervello si spingono oltre, affermando che l’immaginazione e l’azione usano la stessa struttura neurale, che entra in funzione sia quando viviamo una narrazione, sia quando vediamo qualcun altro vivere quella narrazione, nella vita reale, in tv, sia quando leggiamo o ascoltiamo leggere un romanzo. In pratica, mentre ascoltiamo o leggiamo un testo narrativo il cervello umano replicherebbe, specularmente, le azioni rappresentate, innescando specifiche emozioni.

Se leggiamo un bel thriller ambientato nei paesi scandinavi in pieno inverno (penso alla trilogia Millennium di Stieg Larsson), il nostro cervello produrrà le stesse sensazioni di gelo e freddo, provate dai protagonisti del romanzo, al punto da farci “vivere” direttamente le stesse emozioni; ci verrà voglia di metterci una felpa addosso, di sederci di fronte ad un camino o di prepararci una tazza di cioccolato caldo.

Sconsiglio vivamente di leggere Fahrenheit 451 di Ray Bradbury in spiaggia, sotto l’ombrellone, mentre la temperatura segna 40°: la vostra pelle sembrerà prendere fuoco ogni qualvolta i pompieri metteranno al rogo una libreria.

Ritornando alle domande dalle quali eravamo partiti, la Letteratura assume un senso ogni qual volta ci immergiamo in un testo, fino a vivere le stesse sensazioni dei protagonisti, a immedesimarsi nelle loro vite, a ” vivere” le loro storie.

La natura ha rinchiuso la nostra vita entro dei limiti invalicabili: viviamo e moriamo una sola volta, ci muoviamo in un solo luogo alla volta, in un solo periodo alla volta, anno dopo anno, sempre in avanti e mai a ritroso. Il più grande potere della lettura e della Letteratura consiste proprio nell’abbattere questi limiti. I libri hanno la capacità di moltiplicare le nostre vite, consentendoci di vivere nel Medioevo insieme ai frati de Il nome della rosa, di addentrarci e di perderci nel labirinto di quella complicatissima biblioteca; i libri ci fanno vivere mille avventure e morire mille volte, ci fanno conoscere fortune e inganni, ingiustizie e consolazioni, tradimenti e amori, dall’America de La lettera scarlatta all’India di Amitav Gosh. Ci siamo ritrovati al fianco di Renzo e Lucia nella Lombardia del ‘600, a tu per tu con personaggi storici lontanissimi da noi e abbiamo ascoltato fra Cristoforo ammonire Don Rodrigo, come se fossimo presenti anche noi in quella sala. Abbiamo viaggiato in Oriente insieme a Siddharta, osservandolo da vicino, scrutandone i cambiamenti dell’animo in seguito alle numerose esperienze. Siamo stati manovali e muratori al seguito di Tom “il costruttore”, mentre disegnava e dirigeva i lavori dell’imponente cattedrale di Kingsbridge ne I pilastri della terra, prima di partire verso la Francia, duecento anni dopo, al seguito di Edoardo III nella Guerra dei Cent’anni in Mondo senza fine.

I libri ci regalano quella fantasia che da sempre l’uomo ha sognato di accarezzare: l’immortalità. La nostra vita si moltiplica in maniera direttamente proporzionale in base alle letture di cui ci nutriamo. Una volta scoperto questo segreto, le nostre vite non saranno più le stesse: sentiremo il bisogno fisico di viaggiare in epoche o paesi lontani, di vivere storie emozionanti al fianco di personaggi storici o di uomini del tutto sconosciuti. Sentiremo il bisogno di toccare sempre nuovi libri, di esplorare librerie e biblioteche immense, sparse ai quattro angoli della terra. Perché i libri non fanno viaggiare soltanto la fantasia: ci spingono a cercare tutto ciò che ci manca nelle persone e nei luoghi a noi vicini, o lontani.

 

La poesia ci rende liberi!

postino

Osservando una poesia sulla pagina di un libro, balza subito agli occhi una caratteristica fondamentale, che la rende diversa dal testo in prosa: metà della pagina resta bianca.

Perché?

La prima impressione che abbiamo è un senso di vuoto, di incompletezza, come se ci trovassimo all’interno di un vasto appartamento appena ristrutturato ma ancora senza arredamento. Se provassimo ad urlare in questa enorme stanza vuota, sentiremmo le nostre parole rimbalzare da una parte all’altra, producendo un’eco sorda e cupa, che si amplifica a dismisura.

L’effetto che produce quella parte di pagina bianca può essere paragonato proprio a questa eco, come se l’autore avesse lasciato volutamente una parola in sospeso a fine verso per amplificarne la risonanza e ampliarne il significato, riempiendo ogni spazio.

Chi di noi non ha mai avuto la tentazione, leggendo un libro di poesie, di prendere una matita e di scrivere qualche parola affianco al testo? Un gesto naturale, quasi un riflesso incondizionato, causato dalla magia della parola poetica, che ha la forza di produrre tante immagini mentali quante possono essere le sfumature di significato assunte da quella parola.

Ma cos’è che rende poetica una parola? Il suono? Il significato?

Nel suo Zibaldone Leopardi scriveva che:

Le parole lontano, antico, e simili sono poeticissime e piacevoli,
perché destano idee vaste, e indefinite, e non determinabili e confuse. […] Le parole notte, notturno, ec. le descrizioni della notte ec. sono
poeticissime, perché la notte confondendo gli oggetti, l’animo
non ne concepisce che un’immagine vaga, indistinta, incompleta,
sì di essa, che quanto ella contiene. Così oscurità, profondo.
ec. ec. […] Posteri, posterità, (e questo più perché più generale) futuro,
passato, eterno, lungo in fatto di tempo, morte, mortale, immortale,
e cento simili, son parole di senso o di significazione quanto
indefinita, tanto poetica e nobile, e perciò cagione di nobiltà,
di bellezza ec. a tutti gli stili.

Per il poeta di Recanati, quindi, la bellezza della parola poetica risiede nel suo carattere Giacomo_Leopardi_2vago e indefinito, meno descrittiva è una parola e più produce immagini poetiche. Per aumentare questo effetto il poeta ricorre spesso all’uso delle figure retoriche, con le quali gioca sul significato delle parole, a volte nascosto, da scoprire, altre volte talmente vago che potrebbe assumere qualsiasi aspetto; con la metafora o l’analogia, poi, si gioca con l’accostamento di significati simili, spesso astratti, che facilitano la libertà del lettore di volare ben oltre la pagina scritta.

E non occorrono certo poemi per volare con l’immaginazione, a volte bastano anche poesie di pochi versi. Ad esempio:

Più bello il fiore cui la pioggia estiva
lascia una stilla dove il sol si frange;
più bello il bacio che d’un raggio avviva
occhio che piange.

(Pianto, Pascoli, MYRICAE)

Pur essendo un abile conoscitore di argomenti botanici, Pascoli ha lasciato un senso di vaghezza circa la natura di quel fiore, per cui il lettore che amerà il rosso si immaginerà una piccola begonia bagnata dalla pioggia, al contrario l’amante del giallo penserà subito ad una ginestra, mentre chi non ama un colore particolare penserà ad un mazzo di fresie colorate. Il maggior volo con la fantasia, però, riguarda la natura del bacio e del pianto: gioia o commozione?

Se accettiamo l’analisi più frequente, nell’analogia tra sole/bacio, pioggia/lacrima, fiore/occhio, come il sole arriva dopo la pioggia ad illuminare un fiore bagnato, così anche il bacio dell’amato arriva a consolare, a dare nuova luce, ad un’occhio che piange. Ma la pioggia estiva, spesso, viene accolta benevolmente da quanti soffrono l’afa e le alte temperature, per cui le lacrime possono anche essere un’espressione di felicità e di gioia, causata proprio da quel bacio inaspettato e sorprendente come può esserlo un sole in presenza della pioggia.

La bellezza di questa, e di altre poesie, risiede quindi nella capacità di farci viaggiare con la fantasia, liberamente, senza vincolarci a tutti i costi alla parola scritta, come se fosse una legge inviolabile e sacra; al contrario, più essa è vaga e indefinita, più la nostra mente percorre sentieri diversi. Ma c’è una guida in tutto questo volare? Certo: la nostra predisposizione d’animo, i nostri sentimenti, tutto ciò che condiziona il nostro animo e lo spinge ad osservare la realtà in un certo modo o ad immaginarla in maniera diversa. Se siamo tristi e abbiamo bisogno di una consolazione, leggiamo in quel bacio e in quel sole una forma di speranza; se al contrario viviamo un periodo di felicità, la mente va a chi si nasconde dietro quel sole e quel bacio.

Questa è, in definitiva, la bellezza della poesia: la possibilità che concede al nostro animo di volare oltre i suoi confini, di seguire il proprio percorso e di espandere i propri sentimenti. La parola diventa una confidente fraterna, un’amica presente e un’inseparabile compagna di viaggio, pronta a liberare la nostra fantasia, in poche parole, a renderci liberi!

Sono stata stuprata

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Ho 15 anni e sono stata stuprata.

Non era da solo, il mio ex, insieme a lui c’erano anche altri ragazzi, credo che fossero tutti coetanei. Inutile raccontarvi la paura e il terrore che ho vissuto in quei momenti, non ricordo neanche per quanto tempo siano andati avanti: cinque minuti, mezz’ora, un’ora, per me è sembrata un’infinità. Inutile raccontarvi l’odio profondo che ho provato, provo ancora e proverò per sempre nei confronti del mio ex. Credo che possiate immaginarlo e, spero, comprendere tutti.

So di non essere l’unica a provare questo sentimento, sfido chiunque a non provare odio quando ti succede qualcosa del genere. Ci hanno sempre insegnato, a casa e a scuola, che odiare è sbagliato, pericoloso. Io, invece, penso che sia legittimo, oltre che comprensibile. Non è nient’altro che l’altra faccia dell’amore, il lato opposto della stessa medaglia, non si può nascondere, non si può far finta che non esista: se esiste l’uno deve per forza esistere anche l’altro.

Vero, l’odio può essere pericoloso, può generare discriminazioni, guerre, morte, lo ha sempre fatto nel corso della storia e, purtroppo, lo farà sempre; al contrario dell’amore che genera vita, gioia, felicità. Ma da cosa può nascere l’odio, ce lo hanno mai spiegato?

L’altro giorno ero uscita di casa per andare in libreria. C’erano più di 30 gradi ma, nonostante ciò, ho indossato un jeans e una camicia abbottonata fino all’ultimo bottone. Non volevo che qualcuno vedesse un solo centimetro della mia pelle, peraltro piena di lividi. Questa è stata la giustificazione che mi sono data guardandomi allo specchio, ma dentro di me sapevo bene che mi vestivo così per non dare a nessuno la possibilità di poter pensare che, con gonna e camicia scollata, me la sarei “cercata”. Sfogliando i libri negli scaffali ho notato un libro di Walter Benjamin, che non avevo mai sentito prima, “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica“. Sono sempre stata un’amante dell’arte, soprattutto della pittura, per cui ho iniziato a sfogliare quel libro con una curiosità sempre più forte.

Ho letto le sue pagine per più di un’ora, saltando tutte le parti che non capivo, ma penso che il concetto fondamentale fosse questo: c’è stato un periodo della nostra storia in cui la bellezza delle opere d’arte si è smarrita, perché l’avvento della tecnologia e delle fabbriche ha consentito a tutti di avere una copia per sé di tutte le opere d’arte.

La vera bellezza per Benjamin consiste nell’hic et nunc (che, poi ho capito, significa “qui e ora”), cioè nell’unicità dell’opera d’arte, nel fatto che essa esiste in un unico luogo, per cui chiunque voglia vederla nella sua originalità e irripetibilità deve spostarsi e recarsi solo ed esclusivamente in quel luogo. Effettivamente Benjamin aveva ragione: tutti ormai possono avere a casa un poster della Gioconda o del Taj Mahal, ma nessuno può dire di aver goduto della bellezza di quelle opere d’arte se non si è mai andati al Louvre o in India a vederli di persona.

Cosa c’entra tutto questo con lo stupro che ho subito? C’entra, c’entra. Con l’arte il discorso è molto semplice: tutti possiamo avere le nostre opere d’arte preferite nella forma che vogliamo, una borsa con il David di Michelangelo, un segnalibro con il Ponte di Rialto, un poster con il Colosseo, un quadro dei girasoli di Van Gogh. Possiamo portarci dietro l’arte, senza dover per forza entrare in un museo. Ma è ovvio che non stiamo parlando dell’arte vera e propria, della bellezza, ma di un suo surrogato commerciale, pacchiano, fittizio.

Lo stesso succede anche con tutto ciò che riguarda l’erotismo. Con l’avvento di internet e la possibilità di connettersi in qualsiasi luogo, in qualsiasi momento, tutti possiamo accedere a siti porno e soddisfare immediatamente il nostro desiderio sessuale, così come possiamo guardare in ogni momento le foto delle ragazze e dei ragazzi che ci piacciono, senza  per forza prendere un appuntamento e vederli di persona.

Se ci piace Monet, andiamo in un negozio e compriamo una borsa, un poster o altro, che ricorda le sue ninfee; è più facile fare questo, piuttosto che andare al museo, pagare il biglietto, fare la fila e osservare i suoi quadri dal vivo. Se ad un ragazzo piace una ragazza, va su Instagram, scorre tutte le foto fino a quando non trova quella in cui è meno vestita, se la salva sul telefono e la guarda ogni volta che vuole; è più facile fare questo piuttosto che prendere il telefono, chiedere un appuntamento, aspettare che dica sì, attendere tre giorni e presentarsi con aria disinvolta.

Sia nel desiderio artistico che in quello sessuale non si è più in grado di saper attendere, vogliamo tutto e subito, anche a discapito dell’originalità, della vera bellezza; vogliamo soddisfare il nostro desiderio il più in fretta possibile e poco ci importa delle conseguenze.

Se “possedere” le opere d’arte fa aumentare i fatturati di esercizi commerciali e industrie a loro legate, dall’altro lato fa diminuire il numero di visitatori di musei e pinacoteche, o per lo meno induce il “cattivo amante dell’arte” a rinunciare al museo perché ormai ha comprato qualcosa che può avere sempre con sé.

Nella mente perversa dell’uomo si scatena lo stesso tipo di ragionamento, con conseguenze inevitabilmente più gravi. E’ un dato di fatto (la mia esperienza personale è solo una goccia nell’oceano della cronaca quotidiana) che sono i ragazzi ad avere un desiderio erotico più spinto di noi ragazze, perennemente arrapati, sempre pronti a toccarti o fare battutine sul tuo corpo. Per carità nulla di nuovo in questo, è sempre stato così. Ma l’accesso sempre più facilitato a siti porno o a piattaforme con contenuti erotici espliciti, ha contribuito ad inserire nella mente maschile un tarlo pericolosissimo: la capacità di soddisfare le proprie esigenze sessuali, individuali, in ogni momento e in ogni luogo. La sessualità e l’erotismo non si possono nascondere, per carità, sono aspetti bellissimi della nostra vita, così come è bellissima la statua di Amore e Psiche di Canova, e come in un’opera d’arte la bellezza è massima se è irripetibile, se prima di raggiungerla dobbiamo passare ore ed ore ad aspettare, perché soltanto l’attesa può aumentare il desiderio e rendere unica la sua soddisfazione.

La facilità con la quale i ragazzi si avvicinano all’erotismo, fa credere loro che tutto ciò che desiderano dal punto di vista sessuale sia facilmente raggiungibile, senza dover incontrare alcun ostacolo. Non conoscono l’attesa e non accettano il rifiuto.

Nel leggere le pagine di Benjamin non ho trovato nessuna una giustificazione per quello che ho subito: non voglio e non devo giustificare nessuno, perché nessuna di noi deve mai pensare di “essersela cercata”, nessuna di noi deve mai pensare di aver sbagliato a dire o a fare qualcosa, inducendo quelle bestie a fare quello che hanno fatto. L’odio nei confronti del mio ex e dei suoi amici resta ancora vivo, e spero vivamente che un giorno possano andare in carcere e subire la stessa cosa da uomini grandi e grossi il doppio di loro.

Quello che mi ha fatto pensare quel libro, però, è che questi episodi si possono e si devono prevenire, incentivando una corretta educazione alla sessualità, basata sull’accettazione dell’attesa e del rifiuto. Sarebbe da ipocriti e da ignoranti, pensare di migliorare la mentalità perversa dei ragazzi attraverso la sola repressione, la limitazione all’accesso ai contenuti espliciti o altro. Si deve partire dai banchi di scuola, dalle pagine della letteratura, che sono piene zeppe di poeti che hanno fatto del rifiuto della donna amata una forma di elevazione dello spirito. Dal rifiuto di Beatrice e di Laura è nata la poesia immortale di Dante e di Petrarca.

Saper aspettare, utilizzare l’attesa per amplificare il proprio desiderio è una forma di intelligenza, di astuzia anche, perché ci rende liberi di utilizzare il tempo a nostro favore, per capire se ciò che ci piace è effettivamente così e non è frutto di una valutazione errata. Accettare un rifiuto è una grandissima forma di rispetto, la più grande che possa essere, perché nessuno deve mai essere schiavo dei sentimenti e dei desideri altrui.

Almeno fino a quando continueremo a considerarci persone libere e non animali. Perché in fondo questo è quello che sono, coloro che in preda ad un desiderio malato rifiutano la fine di una storia e in branco cercano di appagare i propri istinti.

Animali, non uomini. Animali.


Questa è stata una finzione narrativa, con quale ho cercato di immedesimarmi nella mente di una ragazza che ha subito la peggiore azione che un uomo possa mai fare. Non è un racconto “vero”, ma veritiero, una testo che dovrebbe spingerci a riflettere su quello che raccontiamo ai nostri alunni in classe, ai nostri figli a casa, ai nostri amici al bar. La sola commiserazione serve a poco: saper ascoltare chi ha subito queste violenze è umano, saper insegnare come prevenire questa barbarie è un obbligo morale e civile.

Capovolgere l’Autorità

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Chi blatera sugli insegnanti sfaccendati e privilegiati dalle troppe vacanze non soltanto dice sciocchezze ma, contribuendo ad abbassarne la stima sociale, concorre alla loro demotivazione e danneggia quindi l’intero sistema dell’istruzione. (Tullio de Mauro)

Queste parole furono scritte da Tullio de Mauro sulle pagine di Internazionale in risposta alla polemica del Ministro del lavoro Poletti sull’eccessivo numero di giorni di vacanze di cui godiamo noi insegnanti. Al di là del merito specifico di queste parole (per il quale la risposta di de Mauro resta magistrale), ciò che ci dovrebbe far riflettere è l’ennesimo tentativo da parte delle istituzioni di delegittimare il ruolo degli insegnanti, sminuendone il valore sociale prima ancora di quello professionale.

I frutti di questa delegittimazione li raccogliamo ogni giorno in classe:

  • alunni che non ci rispettano;
  • genitori che sminuiscono il nostro ruolo: nel migliore dei casi ci deridono, nel peggiore ci pestano;
  • magistrati che ci costringono al licenziamento per averla fatta fuori dal vaso.

Il prestigio sociale di cui godevamo fino a qualche decennio (secolo?) fa sembra essere scomparso insieme al rispetto di buona parte della società, appannaggio (forse) dei soli docenti universitari, sui quali una certa aureola sembra ancora persistere.

Poco fa nell’attraversare il Boulevard, in gran fretta, mentre saltellavo nel fango tra quel caos dove la morte giunge al galoppo da tutte le parti tutt’in una volta, la mia aureola è scivolata a causa di un brusco movimento, giù dal capo nel fango. Non ebbi il coraggio di raccattarla, e mi parve meno spiacevole perdere le insegne, che non farmi rompere le ossa. E poi, ho pensato, non tutto il male vien per nuocere. Ora posso passeggiare in incognito, commetter bassezze, buttarmi alla crapula come il semplice mortale. Eccomi qua, proprio simile a voi, come vedete!»

Fosse vissuto ai giorni nostri, Baudelaire avrebbe commentato in questo modo la perdita di prestigio sociale di cui è vittima la classe docente italiana. Il guaio è che ogni docente cerca di rimediare a proprio modo a questa spiacevole situazione, commettendo tutta una serie di nefandezze, proprio come sottolineava il poeta francese. Due sono le strade che vengono percorse in questi casi: o si ricorre ad una reazione autoritaria per bilanciare la mancanza di rispetto o di deferenza che ci è dovuta da chi ci sta intorno, o ci abbandoniamo nel più totale lassismo. Leggiamo, quindi, di docenti che insultano o picchiano o molestano i propri alunni, o di insegnanti che passano le proprie ore a leggere il giornale in classe invece di fare lezione.

Se sulla deriva lassista ogni commento risulta banale (chi non vuol fare l’insegnante non è obbligato a farlo), sulla deriva autoritaria bisognerebbe soffermarsi di più.

Nell’immaginario collettivo la parola Autorità viene usata affianco a parole come Potere, Legge, Istituzione, Ordine. Questo allargamento semantico è frutto dell’applicazione del nostro termine in una sfera ben precisa della nostra vita, quella della politica. In questo campo consideriamo autoritaria una persona che detiene un certo potere e lo utilizza al di sopra di altre persone, spesso a proprio piacimento, senza alcun contrappeso. Se andiamo, però, a studiare l’etimologia di questa parola, notiamo che il suo significato originario ci appare meno sgradevole e sinistro.

In origine fu il verbo latino augeo, che significa “accrescere”, “aumentare”, “arricchire”, ma anche “rendere illustre”, “onorare”, “innalzare”. Dalla radice di questo verbo è nato il sostantivo auctor, “autore”, cioè “colui che accresce”, “fa aumentare”, “arricchisce”. Il mondo romano utilizzava questo sostantivo in vari campi, non solo in politica: autore era colui che scriveva un libro o realizzava un’opera d’arte per accrescer
e il loro sapere o la loro curiosità; autore era un garante, al quale ci si affidava in dispute di vario genere; autore era un maestro, un modello o un esempio di vita, di stile letterario o di giustizia. Da qui un’altra parola latina come auctoramentum, che significa “contratto”, utilizzato spesso per definire i compensi dei gladiatori, quindi in senso più ampio “paga”, o “ricompensa”.

Si comprende come gli antichi romani, della cui lingua e cultura siamo molto debitori, intendevano l’autorità come un punto di riferimento per le loro vite, in quanto rappresentava qualcuno in granero-2do di arricchire chiunque. Nel nostro immaginario collettivo gli antichi romani vivevano in un mondo eccessivamente militarizzato, disciplinato, regolato dall’obbedienza, un mondo in cui la politica era al centro di intrighi e complotti sanguinari quotidiani; per cui siamo abituati a pensare alla loro concezione di “autorità” come ad un qualcosa di molto vicino alla rielaborazione fatta dal fascismo. In realtà, restando fedeli all’origine di questa parola, “autorità” è sinonimo di “guida”, “maestro” e “sostegno”.

Uno dei cardini dell’educazione libertaria è il concetto di antiautoritarsimo, spesso confuso come mancanza di fermezza nella gestione della classe o come ostilità nei confronti dei propri superiori. Nulla di più errato. Essere “antiautoritario”, relativamente al ruolo degli educatori, non significa mostrarsi ostile nei confronti delle autorità, ma ribaltare l’accezione fascista e autoritarista che questa parola ha accumulato nel corso degli anni.

Si può recuperare il senso originario, bello, della parola “autorità”, rinunciando ad utilizzare il proprio ruolo per esercitare un potere al di sopra di altre persone. Ogni qual volta costringiamo i nostri ragazzi ad andare contro le loro passioni, ad ingabbiarli nella burocrazia dei compiti, delle interrogazioni, dei programmi, senza ascoltare cosa piace loro di più, cosa piacerebbe loro fare di diverso, stiamo imponendo la nostra autorità al di sopra delle loro necessità. In questo modo non aiuteremo nessuno di loro a tirar fuori la propria personalità e ad accrescere la loro curiosità.

Come accade spesso, più l’autorità del docente è messa sotto pressione, più la risposta autoritaria si fa forte. L’atmosfera che si respira in questi casi è quella di una caserma, in cui 25 ragazzi devono obbedire a tutto ciò che dice il comandante, altrimenti pioveranno punizioni e ritorsioni. Sfido chiunque ad affermare che questo clima favorisca la crescita dei ragazzi! Si creeranno degli ottimi soldati, indubbiamente, ma dalla ridotta capacità creativa.

Ribaltare il significato attuale di “autorità” e riportarlo alla sua naturale accezione significa stabilire un rapporto con i nostri alunni diverso da quello militare, fondato sui valori di “obbedienza”, “disciplina”, “impegno” o “austerità”. Si dovrebbe al contrario puntare l’accento su altri valori, che costituiscono i pilastri sui quali si fonda qualsiasi rapporto sociale costruttivo: “fiducia”, “lealtà” e “sincerità”.

Per far sì che i nostri alunni abbiamo fiducia in noi non dobbiamo sottovalutare le richieste di aiuto, esplicite o meno, che ci vengono poste. Al di là delle difficoltà scolastiche, le vite dei nostri ragazzi sono fatte d’altro: difficoltà in famiglia, problemi relazionali con amici, rapporti di coppia, ecc. Non esitiamo ad “entrare nelle loro vite” ogni qual volta ne hanno bisogno, perché anche in questo modo si può creare un rapporto positivo tra educatore ed educando, fondamentale per l’apprendimento. Imparare a fidarsi degli altri, scoprire che ci si può affidare, nei momenti di difficoltà, all’aiuto dei propri professori non può che far bene alla crescita dei nostri ragazzi. Lealtà sincerità seguono di pari passo. Se i nostri ragazzi hanno fiducia in noi, saranno automaticamente leali e sinceri: non si nasconderanno dietro le scuse più assurde per non studiare e non ci mancheranno di rispetto dentro e fuori l’aula.

Va da sé che questo tipo di rapporto è qualcosa di molto vicino a quello che i ragazzi hanno con i propri genitori o con i propri amici, e ciò non ci deve scandalizzare. Riusciremo a far presa sui nostri ragazzi soltanto quando saremo autorevoli ai loro occhi, proprio come lo sono i loro punti di riferimento dentro e fuori la sfera familiare, senza dimenticarci quale deve essere il nostro ruolo sociale: aiutare i ragazzi a crescere, a maturare, a tirar fuori la propria personalità, le proprie passioni e le proprie aspirazioni, in poche parole ad essere liberi. 

Scuola, Instagram e #poesiesocial

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La campanella è suonata, la ricreazione è finita.

Saluto la collega che ha appena finito di raccogliere i compiti ed entro in classe. I ragazzi sono agitati, commentano la difficoltà della verifica, prendendosela con la collega. Dopo averli fatti accomodare nei banchi, inizio il rito quotidiano.

Faccio l’appello, poi sfilo il cassetto dalla cattedra e passo tra i banchi a raccogliere i cellulari, come un novello fra Galdino, il monaco questuante dei Promessi Sposi. Qualcuno sbuffa, qualcuno lo posa pregando di poterlo riprendere 10 minuti prima della fine dell’ora, come da accordi ad inizio anno, qualcun altro finge di averlo lasciato a casa e io fingo di credergli.

Sono già passati dieci minuti e la lezione (cioè 40 minuti, essendo le ore di 50 min. l’una) può finalmente iniziare.


Mancano 10 minuti alla fine dell’ora e iniziano i primi brontolii.

Alunna 1 (con occhi dolci): Prof. ha visto, abbiamo fatto i bravi: possiamo riprendere i cellulari come promesso?

Alunno 2 (con spiccato spirito di iniziativa): Si, è vero. Oggi non ci ha messo nemmeno una nota. Li raccolgo io?

Gli occhi tornano a splendere, i sorrisi a brillare, i cuori a gioire. Sono sicuro che se potessero scegliere tra un Natale senza panettone, una Pasqua senza uova al cioccolato e un’ora di scuola senza cellulari, tutti i ragazzi sceglierebbero le prime due ipotesi!

Hard times, direbbe Dickens…

Ma perché questa dipendenza così sfrenata? Che cosa fanno in continuazione con il cellulare in mano?

Vediamo i post su Facebook… vediamo le foto su Instagram…

Social network, già… scemo io che ve lo chiedo!

Da anni ormai sono entrati a far parte del nostro mondo, costituendo una vera e propria estensione della nostra persona. Ma sbagliamo se li consideriamo semplicemente come un mero strumento tecnologico con il quale divertirsi. I social network consentono non solo di metterci in contatto con chiunque si trovi ai quattro angoli della Terra, ma sono anche lo specchio che riflette la nostra immagine a tutti quelli che ci seguono.

Uno specchio che a volte nasconde la nostra vera immagine per riflettere soltanto quello che vorremmo apparisse in pubblico. Il rischio dei social network è proprio quello di creare un mondo virtuale nel quale ognuno di noi mostra agli altri soltanto “alcuni” aspetti di sé, quelli più belli, più apprezzabili e condivisibili. Tutto ciò che ci riguarda o che ci circonda finisce con l’essere visto con il filtro della condivisibilità: pubblichiamo solo ciò che può ricevere molti like, molte condivisioni, quindi molti apprezzamenti.

Proiettati in questo mondo virtuale, smettiamo di essere quello che siamo realmente e iniziamo ad apparire come gli altri vorrebbero che fossimo. L’annullamento della nostra personalità non si ferma soltanto al mondo virtuale, ma condiziona anche il nostro stesso modo di vivere e di rapportarci agli altri. Ogni uscita con gli amici, ogni cena fuori casa, ogni viaggio che facciamo assume un valore solo in base alla possibilità di essere condiviso con qualcuno; le nostre stesse vite assumono un valore solo se sono ampiamente “condivise” e “apprezzate” sulla rete.

Ecco, quindi, che si assistono a contest sul miglior lato B, miglior lato A, miglior selfie di gruppo, miglior addominale scolpito, miglior taglio di capello, migliore barba hipster, ecc, il tutto a suon di “mi piace” e “condividi”. L’apparenza ha vinto sull’essenza.

Ma siamo davvero disposti a rinunciare a noi stessi, a quello che siamo realmente, per paura di non essere apprezzati? Davvero pensiamo che un aforisma di Jim Morrison possa essere apprezzato di più di una nostra poesia o di un nostro pensiero originale?

Rinunciare al proprio modo di essere, significa rinunciare alla propria creatività, alla propria genialità; significa ridursi ad essere uno dei tanti, una goccia anonima in un oceano di apparenza.

Quello che si dovrebbe cercare di recuperare è la centralità dei nostri pensieri e delle nostre opinioni, non della nostra apparenza. La condivisione della nostra creatività è l’unico strumento che abbiamo per uscire dall’anonimato e per far in modo che le piattaforme social tornino ad essere uno specchio che riflette la nostra reale immagine e non un ologramma fittizio.


ESERCIZIO

Durante l’ora di Lingua e Letteratura italiana, leggiamo ai nostri alunni una o due poesie ad alta voce, obbligandoli a mantenere gli occhi chiusi e ad immaginare ciò che stanno ascoltando. Non sarebbe male se a leggere le poesie fossero gli alunni stessi, a turno.
Dopo aver ascoltato la poesia, si discute collettivamente su quale sia l’immagine più appropriata da associare al componimento, magari scegliendo anche un titolo alternativo a quello fornito dall’autore.

Esempio:

Pace non trovo, et non ò da far guerra;
e temo, et spero; et ardo, et son un ghiaccio;
et volo sopra ’l cielo, et giaccio in terra;
et nulla stringo, et tutto ’l mondo abbraccio.

Tal m’à in pregion, che non m’apre né serra,
né per suo mi riten né scioglie il laccio;
et non m’ancide Amore, et non mi sferra,
né mi vuol vivo, né mi trae d’impaccio.

Veggio senza occhi, et non ò lingua et grido;
et bramo di perir, et cheggio aita;
et ò in odio me stesso, et amo altrui.

Pascomi di dolor, piangendo rido;
egualmente mi spiace morte et vita:
in questo stato son, donna, per voi.

(Francesco Petrarca, Canzoniere CXXXIV)

Leggendo in classe questa poesia di Petrarca siamo arrivati alla conclusione che il povero poeta soffriva di una grave forma di schizofrenia, che gli faceva dire e fare tutto e il contrario di tutto, a causa dell’amore non corrisposto della sua amata.

No, non è Beatrice. Quella era la bionda di Dante!

Se fosse vissuto ai giorni nostri, probabilmente Petrarca avrebbe scritto un post su Facebook o su Instagram con gli hashtag #mainagioia o #frienzoned.

E allora perché non farlo noi al posto suo?

Fase 1: Cerchiamo su internet qualsiasi foto di pubblico dominio riguardante la sofferenza d’amore (foto, quadri, fotogrammi di film), meglio ancora se a scattare una foto sono i ragazzi stessi.

Fase 2: Scriviamo un piccolo componimento poetico sullo stesso tema, traendo ispirazione dalla poesia appena letta.

Fase 3: Dopo aver corretto la poesia, facendo attenzione ad utilizzare le  figure retoriche più appropriate tra quelle studiate in classe, carichiamo il componimento su Instagram o su Facebook, utilizzando la foto e gli hashtag scelti dalla classe.

Fase 4: Farsi una bella risata tutti insieme, perché la Letteratura è bella, ma prenderla eccessivamente sul serio può creare noia e apatia!